Molte bugie che non aiutano
Forze dell’ordine: un lavoro difficile
Questo caldo mese di agosto ha portato all’attenzione dei cittadini europei non solo gli scottanti temi della
speculazione finanziaria internazionale, ma anche quelli dei comportamenti delle forze dell’ordine in Inghilterra. La
polizia inglese ha potuto ristabilire l’ordine in diverse città, compresa la capitale, solo dopo alcune giornate “nere”,
che hanno anche causato perdite tra i civili, oltre a numerosi feriti e contusi tra entrambe le parti.
Quasi come da copione internazionale – purtroppo! – le autorità britanniche, preposte ai vertici delle forze
di polizia, hanno cercato, fin da subito, la via più difficile: quella della “copertura” dei ragazzi in divisa, anche a costo
della menzogna. Il civile ucciso dai “bobbies”, che poi ha scatenato la reazione esagerata dei cittadini, è stato descritto
come armato e pericoloso. Situazione, poi, rivelatasi non vera nel giro di pochi giorni, dopo accertamenti indipendenti
compiuti dalla stampa e da altre istituzioni dello Stato. Perché si tende sempre a mentire? Perché si cerca di coprire ad
ogni costo l’errore commesso, anche ricorrendo a ricostruzioni spesso ardite ai limiti della fantasia?
E’ facile pensare che lo si faccia per spirito di corpo. Non si vuole danneggiare il collega che ha sbagliato. “Tiene
famiglia”, come si usa dire. “Poteva capitare anche a noi”, si pensa. “E’ umano cercare di sottrarsi alle conseguenze”, si
chiosa con stolta comprensione.
E il morto? Quello “non tiene famiglia”? E se il poliziotto non giustamente addestrato avesse ucciso uno dei
nostri cari?
Sarà anche “umano” cercare di giustificarsi, ma una istituzione – per la sua stessa natura impersonale – non
può e non deve ripercorrere le stesse debolezze del singolo individuo. Anzi, è proprio da questa sua “terzietà” che
ricava il proprio prestigio e la riconosciuta autorevolezza. Chi ha sbagliato, ed è quasi elementare doverlo ribadire,
deve rispondere sempre e comunque delle proprie azioni, in una società civile che vuole essere definita così. Ricorrere
a giustificazioni, a volte anche puerili, serve solo a gettare un’ombra sulla gran parte degli addetti alla sicurezza che
fanno con professionalità il loro lavoro.
Abbiamo tutti negli occhi le immagini dei frequenti disordini metropolitani, che capitano in ogni paese libero
del mondo. E spesso quelle immagini sono associate a quelle di poliziotti che, avendo perso ogni freno inibitore, si
accaniscono a manganellare senza pietà gente a terra, ormai inerme.
E tutti abbiamo negli occhi le immagini di pericolosi boss della malavita che, dopo la cattura, vengono
fatti salire nelle auto della polizia. Una mano premurosa del poliziotto di turno si occupa di abbassare la testa
del delinquente per non farla urtare contro l’auto. Si dovesse fare “una ciacca” (“bernoccolo” per i leghisti!) quel
galantuomo. Che figura farebbero i poliziotti!
Ecco, ci sembrerebbe giusto una “par condicio”. Se non si deve “ciaccare” il boss di Forcella, anche l’inerme
manifestante, ormai a terra e con le mani alzate, andrebbe risparmiato.
Pasolini, negli anni della contestazione giovanile del Sessantotto/Sessantanove, in un famoso articolo
sul “Corriere della sera”, disse che lui stava con i poliziotti, figli del proletariato, e non con gli studenti universitari,
quasi tutti “figli di papà”. Io, al contrario, credo che il cittadino non debba “fare il tifo” per nessuno, meno che mai per
una istituzione fondamentale come le forze di sicurezza. Deve solo aspettarsi che l’istituzione svolga il proprio ruolo
secondo giustizia ed equità. Ed ovviamente con la necessaria preparazione specifica professionale!
Luigi Palmieri
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